Se la vita fosse un libro, avrebbe molte orecchie
The Big Ship
Domani è la festa di Pietro, e della sua Grande Barca. Prendo a prestito dal piccolo Zaccheo musica e citazione, entrambe molto suggestive. Grazie!
«Nel Cinquecento
Eppure, forse in nessun secolo della sua storia come nel Cinquecento
Non è tutto. Nel Cinquecento fu celebrato il Concilio di Trento il quale, da una parte, mise in chiaro la dottrina cattolica e, dall’altro, pose le basi per la riforma della vita cristiana; furono fondati molti ordini religiosi (teatini, scolopi, barnabiti, cappuccini, gesuiti, fatebenefratelli, camilliani, carmelitani scalzi, ecc.), che costituirono una delle forze ecclesiali più vive e attive; vennero aperte al Vangelo l’Asia, l’Africa e l’America Latina; fu definitivamente respinta la minaccia turca con la vittoria di Lepanto; si riuscì a fermare la diffusione del protestantesimo nel sud dell’Europa e a riconquistare in parte il terreno perduto con la riforma luterana.
Lo storico che si pone di fronte a questi fatti non può non essere sorpreso dalla capacità della Chiesa di riprendersi da pesanti sconfitte e di rinnovarsi continuamente; ma la sua sorpresa crescerà, se rifletterà che non soltanto essa è stata ed è combattuta da forze esterne ad essa assai superiori, ma è debole interiormente. Certo, se
In realtà, i colpi più duri si sono abbattuti sulla Chiesa non dal di fuori, ma dall’interno, per opera dei suoi stessi figli: per causa loro essa ha versato le lacrime più amare e ha corso i più gravi pericoli per la stessa esistenza. La storia è piena di debolezze e di tradimenti perpetrati dai suoi figli ai suoi danni. Eppure, sottoposta ad attacchi combinati esterni ed interni,
Da un editoriale de “
Il coraggio di essere padriNel corso dell’ultima assemblea generale, i vescovi hanno scelto di dedicare all’educazione gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio. Dagli anni Settanta al primo scorcio del duemila, di volta in volta
Al di là delle semplificazioni mediatiche o delle distorsioni ideologiche, tra l’altro, è questa l’esperienza di Chiesa più diffusa fra la gente, il suo volto più frequente. Una comunità che si prende cura di ciascuno, con passione e gratuità, e in cui tutti - dai preti alle suore, dai catechisti alle famiglie, dagli animatori dell’oratorio agli allenatori nel campetto parrocchiale - “hanno tempo per me”. È questo patrimonio di maternità e di sapienza di vita che le comunità cristiane non vogliono disperdere. Perché oggi, lo dicono tutti ormai, educare è diventato più difficile. E dagli alla televisione o ai videogames. Ma una babysitter digitale non è più forte di una speranza affidabile, di un progetto di vita buona, di una compagnia autorevole che ti ama. Al massimo può fatalmente colmarne il vuoto.
Investire sull’educazione è una scelta coraggiosa e in controtendenza, in una società che ha fretta e non vuole legami. Invocare il diritto a una libertà assoluta lascia il tempo che trova: non si può essere genitori di se stessi, né appellarsi a un’impossibile neutralità etica. Si può rinunciare ad insegnare, ma non smettere di imparare.
A giorni sarà diffusa la terza enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in veritate”. Carità nella verità. Il magistero sociale è una delle forme più alte dell’attività educativa della Chiesa, e l’economia una delle attività che oggi più necessitano di un ripasso della grammatica umana elementare. Da qualche giorno, inoltre, siamo entrati nell’Anno sacerdotale. Non è una coincidenza fortuita, né solo una cosa da preti. Tanto meno una chiamata alle armi per far fronte al calo delle vocazioni. Rientra invece nello stesso bisogno che ha l’uomo di oggi di riscoprirsi figlio e di avere il coraggio di esser padre.
“Giovanni è il suo nome”
Seppure a distanza da casa, non mi faccio sfuggire l’occasione di festeggiare un po’ San Giovanni Battista, patrono di Cesena. Anche senza fischietto e lavanda, la fiera e i baracconi, consegnati ai bei ricordi fanciulleschi, il fascino rimane. Lo sprigiona ad esempio questa piccola immagine del santo, “ritrovata” di recente nella sacrestia del Duomo. Giovanni Battista è l’emblema dell’umiltà: tutto dedicato a indicare un altro, che deve crescere, mentre “io devo diminuire”. Eppure il ritornello del salmo di oggi invita a sentimenti di apparente autocompiacimento. “Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda”. Non è forse vero? Altro che superbia: ringraziare così è un atto di piccolezza e di responsabilità. Due cose che, paradossalmente, vanno insieme.
"Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza…”
Il 22 giugno di 376 anni fa, entro le mura del convento romano di Santa Maria sopra Minerva, Galileo Galilei pronunciava la famosa abiura circa l’ “eretica dottrina” copernicana. In questo anno, in cui si ricordano le sue prime osservazioni al cannocchiale, non è male sfatare qualche luogo comune, e magari colmare qualche lacuna. Come fa Vittorio Messori, nel brano riportato qui sotto.
Stando a un’inchiesta dei Consiglio d’Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura.
Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest’ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.
Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c’erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che
Torture? carceri dell’Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello". (…)
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell’indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l’8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".
Leggi il brano integrale qui.
Cercatori
Presentando la “Lettera ai cercatori di Dio”, pubblicata dalla Cei qualche settimana fa, mons. Ravasi scriveva domenica scorsa sul Sole24ore:
“Cercatori” non è che sia una parola molto comune ai nostri giorni. Al massimo si parla di “ricercatori” universitari (malpagati) o, peggio, si pensa ai frati questuanti. Eppure, nella saga di Harry Potter, quando la professoressa McGranitt presenta il protagonista a Oliver Baston, proclama solennemente: “Baston… ti ho trovato un Cercatore!”. Ed effettivamente questo tipo di persona merita la maiuscola perché ai nostri giorni si ama la risposta preconfezionata, la soluzione precotta, la ricetta predisposta. Siamo ben lontani dal monito dell’Apologia di Socrate in cui Platone poneva in bocca al maestro la frase: “Una vita senza ricerca non mette conto d’esser vissuta”.
Qualcuno per cui correre
Dopo aver apprezzato il film, ho voluto tornare a immergermi fra le strade di una Gerusalemme giovane e sconosciuta, fragile e misteriosa quanto gli adolescenti che ne sono i cittadini. Ritrovare Assaf e Tamar, seguire Dinka e conoscere meglio Teodora mi ha proiettato nel cuore della vera ricerca di cui parla il libro. Non solo qualcuno con cui correre, ma qualcuno per cui farlo.
Il faro della paura
Spot. È una parola inglese che in italiano vuol dire punto, macchia. Nel nostro lessico, però, è entrato da tempo a indicare per lo più i brevi interventi pubblicitari imperanti in televisione o alla radio. Piccoli film, sempre più raffinati e onnipresenti, tanto da giustificare l’appellativo di “società degli spot” in voga tra gli analisti sociali, a indicare sia la pervasività del marketing che la “coriandolizzazione” dell’esperienza.
C’è però un altro significato. Lo spot è anche un tipo particolare di faro usato in teatro. Quel riflettore che – sottile e potente – mette in risalto chi sta parlando o fa emergere un dettaglio, un particolare, lasciando tutto il resto nella penombra o nel buio totale.
È di questo che parla Umberto Folena, nel suo ultimo libro, descrivendo l’azione dei media. “Non inventano nulla – precisa – ma a forza di mostrarci soltanto quei dettagli, sempre gli stessi, potremmo gradualmente essere indotti a ritenerli più importanti e diffusi di quanto non siano; potremmo addirittura finire per convincerci che in quel fascio di luce sia racchiusa tutta la realtà, o almeno la realtà che conta”. Gli esempi si sprecano. Basti pensare alla percezione diffusa di certe emergenze. E alla totale scomparsa di un’infinità di problematiche, che non riescono a conquistare l’inquadratura, ad attirare su di sé lo stretto fascio luminoso che fa nascere o morire agli occhi delle folle.
“Alfabeto delle paure quotidiane” – questo il titolo dell’ultima fatica del giornalista di Avvenire, pubblicata da Ancora editrice – si concentra sulle ansie e le angosce “su cui si regge il nostro mondo”. Paure motivate, a volte; spesso invece costruite ed esagerate dai mass media, capaci di provocare ondate irrefrenabili e irrazionali. “Condizioni economiche negative, famiglie in difficoltà, giovani senza futuro, insicurezza diffusa”. Queste sono le cause remote della paura, spiega Folena. E queste sono “le faglie da cui si diramano le scosse che, opportunamente alimentate dai media, scatenano gli tsunami piccoli e grandi che squassano, poco o tanto, le nostre vite”.
Il giornalista non si limita a metterci di fronte alle nostre paure quotidiane, mostrandoci come basti poco ad avvelenarci l’esistenza. Il libro identifica anche l’anticorpo. Il primo antidoto – scrive Folena – è l’abilità critica: “saperle riconoscerle per ciò che realmente sono. E superarle”. Scoprire i meccanismi che portano a selezionare i fatti da trasmettere sugli schermi e le notizie da urlare in prima pagina può aiutare a evitare assurde psicosi collettive. Non per vivere con gli occhi chiusi. Al contrario, per vedere oltre il cono abbagliante degli spot.